Galatina: cosa vedere tra chiese, palazzi e pasticciotto

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Galatina non è una città che si concede subito. Non lo fa con un colpo d’occhio, né con un singolo monumento capace di riassumerla. La sua forza sta altrove: nel modo in cui le cose emergono poco alla volta, mentre cammini. A circa 25 chilometri da Lecce, nel Salento più interno, Galatina tiene insieme arte, storia, tradizioni popolari e una cucina che non ha mai smesso di parlare il linguaggio della quotidianità.

È un luogo che va attraversato con calma, senza l’ansia di “vedere tutto”. Perché quello che conta, qui, spesso non è segnato sulle mappe.

Dove tutto comincia: un borgo cresciuto nel tempo

Le origini di Galatina risalgono ai secoli tra il IX e il X, quando il Salento centrale venne interessato dalla presenza bizantina. È una traccia che non salta subito all’occhio, ma che resta sullo sfondo, nel modo in cui il territorio si è organizzato. In seguito arrivarono i Normanni, che diedero al borgo una struttura più solida, fortificandolo e rendendolo un punto strategico.

Il primo documento che menziona Galatina è del 1178 e racconta un episodio che, ancora oggi, viene ricordato come fondativo: il passaggio di San Pietro diretto a Roma. Da qui deriverebbe il nome Sancti Petri in Galatina. Da quel momento, la città inizia a crescere e ad assumere un ruolo rilevante nel contesto salentino.

Nei secoli successivi, il potere passa di mano in mano, ma sono gli Orsini del Balzo a lasciare il segno più evidente. Sotto il loro dominio nascono palazzi, chiese, e una cinta muraria che ancora oggi si intuisce seguendo il tracciato delle antiche porte: Porta San Pietro, Porta Luce, Porta Cappuccini. È da qui che il racconto urbano prende forma.

Il centro storico, visto da dentro

Il centro storico di Galatina non ha bisogno di grandi spiegazioni. Basta entrarci. I vicoli in basolato, le case a corte, i portoni consumati raccontano una città che ha vissuto molto e che non ha sentito il bisogno di nasconderlo. Il gotico e il barocco convivono senza creare contrasti forzati, mentre la pietra leccese restituisce una luce calda, soprattutto nelle ore centrali della giornata.

La Torre dell’Orologio, costruita nel 1861 per celebrare Vittorio Emanuele II, segna un passaggio storico preciso, ma non interrompe l’armonia del contesto. È uno di quei dettagli che noti dopo, quando hai già camminato un po’.

Palazzi che raccontano più di una facciata

Tra gli edifici civili, Palazzo Orsini e Palazzo del Sedile sono tappe naturali. Ma è il Palazzo Baldi a fermare davvero l’attenzione. Costruito nel Cinquecento, mostra una stratificazione che va oltre l’estetica: archi in pietra, affreschi, cisterne, pozzi, passaggi nascosti. Elementi che suggeriscono una vita di corte complessa, fatta di rappresentanza ma anche di gestione quotidiana.

Il fatto che il complesso ospiti un agrumeto e persino un osservatorio astronomico dice molto sul livello culturale della Galatina rinascimentale. Non è un caso se anche testate internazionali hanno acceso i riflettori su questa città, spesso rimasta fuori dai circuiti più scontati.

Ma Galatina non si capisce solo guardando in alto. A volte bisogna fermarsi davanti a una vetrina.

Il pasticciotto, nato per caso ma rimasto per scelta

A Galatina il pasticciotto non è un simbolo costruito a posteriori. È una presenza reale, quotidiana. E soprattutto, è nato qui. Nel 1745, il pasticcere Andrea Ascalone si ritrovò con avanzi di pasta frolla e crema pasticcera. Decise di unirli in una forma irregolare, senza troppe aspettative. Anzi, pare che non ne fosse affatto soddisfatto.

Fu il parroco don Silvestro a cambiare le cose, ordinandone altri dopo averlo assaggiato. Da quel momento, il pasticciotto iniziò a circolare, a essere replicato, modificato, amato. Oggi esistono versioni all’amarena, al cioccolato, al gianduia, ma quello classico — caldo, semplice — resta il riferimento. Non perché sia “iconico”, ma perché funziona ancora.

Chiese che parlano linguaggi diversi

Galatina è anche una città di chiese, e non tutte raccontano la stessa storia. La Chiesa Madre dei Santi Pietro e Paolo, del XIV secolo, mescola elementi gotici e barocchi senza eccessi. All’interno si trovano reliquie, affreschi, dipinti come la “Lavanda dei piedi” del Settecento e altari barocchi, tra cui il cappellone del Sacramento.

Poi c’è la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, che cambia completamente il registro.

Santa Caterina d’Alessandria, quando l’arte diventa racconto

Voluta da Raimondo Orsini del Balzo alla fine del XIV secolo per custodire una reliquia riportata dalle Crociate, la basilica colpisce soprattutto per il suo ciclo di affreschi. Fu Maria d’Enghien a chiamare artisti di scuola giottesca e senese, trasformando l’interno in una narrazione continua.

Qui la Genesi, l’Apocalisse, la vita di Santa Caterina e i Sette Sacramenti scorrono sulle pareti come pagine dipinte. Il paragone con Assisi nasce spontaneo, ma senza bisogno di proclami.

San Paolo e il confine sottile tra fede e rito

La Chiesa di San Paolo, oggi inglobata nel Palazzo Tondi, racconta un’altra Galatina. Qui prende forma il tarantismo, rito di guarigione legato al morso simbolico della tarantola. Ogni 29 giugno, le donne colpite da crisi venivano condotte qui, accompagnate da musica, preghiere e dal ritmo insistente dei tamburelli.

Accanto alla cappella si trova ancora il pozzo utilizzato nei rituali. Oggi tutto questo sopravvive nella Notte della Taranta, che ha dato nuova voce a una tradizione antica senza snaturarla.

Dormire nei dintorni, per capire meglio

Dopo Galatina, spesso, si sente il bisogno di silenzio. Nei dintorni, nella Grecìa Salentina, la Masseria Chicco Rizzo, a Sternatia, offre proprio questo: spazio, natura, pietra, un ritmo diverso. È un buon punto di equilibrio tra visita e sosta, tra scoperta e pausa.

Galatina resta così. Non come una lista di cose viste, ma come una città che continua a tornare in mente, a distanza di giorni. Ed è spesso questo il segnale più affidabile di un luogo che vale davvero il viaggio.