I vini del Salento: storia, territorio e vitigni locali

vino salentino

Nel Salento il vino non è mai stato solo una bevanda. È sempre stato un modo di abitare la terra, di leggerne il clima, di interpretarne le stagioni. Prima ancora che diventasse una voce importante dell’enologia italiana, il vino qui accompagnava il lavoro nei campi, le tavole di famiglia, le feste di paese. Ancora oggi, quando lo assaggi, senti qualcosa che va oltre il bicchiere: il calore del sole, la terra rossa, il vento che arriva dal mare e asciuga le vigne.

Accanto a spiagge luminose e borghi antichi, il Salento custodisce un patrimonio vitivinicolo che racconta la sua parte più autentica. Bianchi, rosati e soprattutto rossi intensi, profondi, legati a vitigni che qui hanno trovato la loro espressione più sincera.

Negroamaro, l’anima scura del Salento

Quando si parla di vino salentino, il pensiero corre quasi subito al Negroamaro. Non per moda, ma per radici. Questo vitigno autoctono, coltivato da secoli nel territorio, ha una storia che affonda addirittura nel VI secolo a.C., segno di un legame antico e mai interrotto.

Il Negroamaro nasce bene qui perché il Salento gli somiglia. Il clima secco, la terra argillosa, il sole costante contribuiscono a creare un vino dal corpo pieno, con una struttura solida e un carattere deciso. Al palato emergono note che ricordano le more, il tabacco, talvolta una lieve vena amarognola che non disturba, ma anzi firma il vino. Non è un rosso che cerca la morbidezza a tutti i costi: è diretto, coerente, riconoscibile.

Tradizionalmente viene servito a una temperatura intorno ai 16 gradi, accompagnando piatti della cucina salentina più schietta, come i turcinieddhi o le gnummareddhi, involtini di interiora che richiedono un vino capace di reggere il confronto. Accanto alla versione rossa, il Negroamaro rosato merita una menzione a parte: più fresco, più immediato, sorprendente con zuppe di pesce, crostacei e molluschi, dimostrando quanto questo vitigno sappia cambiare voce senza perdere identità.

Salice Salentino, equilibrio e riconoscimento

Dallo stesso vitigno nasce uno dei nomi più noti dell’enologia locale: il Salice Salentino DOC. Prodotto tra la provincia di Lecce e quella di Brindisi, questo vino rappresenta una sintesi ben riuscita tra tradizione e riconoscimento ufficiale. Alla base c’è sempre il Negroamaro, spesso affiancato da una piccola percentuale di Malvasia Nera, che contribuisce ad ammorbidire il profilo.

Nel calice si presenta con un rosso rubino intenso, mentre al palato risulta vellutato, pieno, armonico. È un vino che non ha bisogno di eccessi per farsi ricordare. Accanto alla versione rossa, il Salice Salentino viene prodotto anche rosato e bianco, oltre a una variante secca spesso apprezzata come vino da apertura pasto. Un segno di come il territorio abbia saputo adattarsi, mantenendo però una linea chiara.

Susumaniello, il ritorno di un vitigno dimenticato

Per molto tempo il Susumaniello è rimasto ai margini, utilizzato più come supporto che come protagonista. Oggi, invece, è uno dei vini che meglio raccontano la rinascita enologica del Salento. Il nome, che richiama l’immagine dei somarelli carichi, fa riferimento ai grappoli abbondanti che caratterizzano questo vitigno, probabilmente di origine dalmata.

Diffuso soprattutto nelle province di Brindisi e Lecce, il Susumaniello dà vita a un vino dal colore rubino profondo, con profumi intensi di frutta matura e spezie. Il gusto è equilibrato, mai eccessivo, con una struttura che lo rende ideale accanto a piatti di carne elaborati e a formaggi stagionati, come la Caciotta Leccese o il Primo Sale lasciato maturare più a lungo.

È un vino che racconta bene la capacità del Salento di riscoprire ciò che aveva già, senza inventare nulla di artificiale.

Primitivo di Manduria, potenza e maturità

Tra i vini salentini più conosciuti anche fuori dai confini regionali c’è il Primitivo di Manduria. Coltivato soprattutto nell’area tarantina e nella provincia di Brindisi, questo vitigno a bacca rossa deve il suo nome ai tempi di maturazione anticipati, più rapidi rispetto ad altre uve del territorio.

La coltivazione ad alberello, unita all’azione dell’aria salmastra, contribuisce a rendere le uve particolarmente ricche e concentrate. Il risultato è un vino dal colore violaceo intenso, con profumi che richiamano prugne, ciliegie, frutti neri, e un gusto pieno, spesso caldo, avvolgente.

Il Primitivo non cerca discrezione. È un vino che occupa spazio, che accompagna piatti importanti e che racconta una parte del Salento più intensa, quasi viscerale. Non è un caso se negli ultimi anni ha conquistato una platea sempre più ampia, anche a livello internazionale.

Bianchi e rosati, l’altra voce del territorio

Sebbene siano i rossi a dominare l’immaginario, il Salento produce anche vini bianchi e rosati capaci di sorprendere. Il clima, spesso considerato troppo caldo per i bianchi, in realtà regala vini freschi, sapidi, legati al mare e alla cucina di pesce. I rosati, in particolare, rappresentano una via di mezzo riuscita: mantengono il carattere dei vitigni a bacca rossa, ma lo declinano in una forma più agile, quotidiana.

Sono vini che raccontano un altro ritmo, più adatto alle tavole estive, alle lunghe serate, ai piatti semplici ma curati.

Il vino come parte del viaggio

Assaggiare i vini del Salento significa capire meglio il territorio. Ogni calice parla della terra, del clima, delle scelte agricole e delle persone che hanno continuato a coltivare anche quando il vino non era ancora sotto i riflettori. Non è un’esperienza separata dal viaggio, ma una sua naturale estensione.

E spesso, dopo una giornata tra borghi, mare e campagne, ritrovarsi in un luogo immerso nella quiete, circondati da ulivi e pietra, rende tutto più coerente. È in contesti come quello di una masseria salentina, dove il tempo sembra seguire ancora il passo delle stagioni, che il vino torna a essere ciò che è sempre stato: parte della vita, non una semplice etichetta.

Il Salento, in fondo, si racconta anche così. Un sorso alla volta.